Le angherie toccavano ogni aspetto della vita dello schiavo: alle giovani donne cristiane non era permesso né ascoltare la S. Messa né confessarsi, ad ogni schiavo era dato un pane di sei once, di grano marcio impastato e cotto senza nessuna cura.
Pur di sottrarsi a quella vita alcuni tentavano la fuga, sapendo di rischiare, se ripresi , pene terribili: il 5 settembre, fallì il tentativo di 16 schiavi che scapparono, cercando la salvezza per mare su due barchette di tela. Altri 40 schiavi tentarono la fuga sotto la guida di un rinnegato ma furono ripresi, così come 60 schiavi cristiani del Dey che, non essendo stati richiusi nel bagno, cercarono di scappare su di una grossa feluca .

Catturati, la loro sorte fu orribile, quasi dovesse essere d’esempio per gli altri disgraziati che avessero tentato di scappare: ad uno furono spaccate le gambe , due furono squartati vivi, altri torturati e uccisi con gli aghi dai loro stessi compagni, bruciati vivi, tormentati a colpi di tenaglie infuocate, e a 15 furono tagliati naso ed orecchie e cavato l’occhio destro .
Padre Francesco apprese inoltre che ogni governatore del Gran Sultano, dopo tre anni di incarico a Tunisi poteva tornare nella capitale dell’ Impero e l’uso voleva che il funzionario portasse con sé 25 o 30 giovani schiavi, scelti tra i più avvenenti per il suo personale piacere.
 
 
P. Francesco riuscì a liberare i seguenti 28 schiavi più 5 francesi:
 
   
Rev. Padre Fra Ipolito, francescano corso

 Andrea Perone

 Antonio Corrente di Gaeta

Niccolò Cuzzille, romano

Stefano Tofani di Piombino

Giacomo Guerin di Barcellonetta

Alfonso Perez, spagnolo

Piero La Motta, portoghese 

Niccolò Savonazio, candiotto 

Eroina Savonazio, candiotta 

Costantino, candiotto  

Erasmo Bonassacto di Palermo 

Cristofano Lombardo 

Giovanni figlio di Lorenzo, veneziano

Domenico di Francesco, corso

Angiola Lore di Giovanni, corsa

Giovanni Ravely di Torino

Pietro Pivoli di Parigi 

Giacomo Touretan di Sexfours

Giovanni Bandini, sardo

Giulia Rotula, calabrese

Benedetto Procaciente, veneziano

Girolamo Stesia, candiotto

Gicomia, monaca candiotta

Michele Francois di Chartres

Marino Fernet di Cascis 

Baldassar Seboule, spagnolo

Andrea Marrola, sardo.  

 
     
 

Il 14 settembre i cinque francesi liberati furono subito imbarcati su di un vascello diretto a Marsiglia, mentre gli altri schiavi, accompagnati da Padre Francesco salparono alla volta di Livorno il 17 settembre. Arrivati vicino alla Corsica scoppiò una terribile tempesta e quindi i marinai furono costretti a gettare in mare la merce di gran peso e di poco valore ; quando furono giunti a circa 30 miglia da Livorno furono gettati in mare cinque bellissimi camaleonti che P. Francesco avrebbe recato in dono agli eminentissimi Cardinali d’Este di Francia, Ginetto, Protettore del santo ordine e Antonio, elemosiniere della corte di Francia.
 
 


Scampati al naufragio, riuscirono ad approdare a Livorno il 24 settembre; subito internati nel lazzaretto, gli schiavi redenti ne uscirono solo il 1° ottobre per dare inizio a tutte le cerimonie che li avrebbe portati a Roma , ma solo dopo esser passati da Livorno, Pisa e Firenze.