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Il 24 Giugno 1653, Padre Francesco di S.Lorenzo1
, trinitario, dottore in teologia, della diocesi di Meaux, confessore del
cardinale principe d’Este, Protettore di Francia, intraprese un viaggio
verso Tunisi per tentare il riscatto, la “redenzione” come si diceva
allora, di un gruppo di schiavi. Portava con sé, per questo nobile scopo,
tutto il denaro contante della casa trinitaria di S. Dionisio di Roma e
quello ricevuto dalla casa della Santa Trinità d’Aix in Provenza. Con una
parte del denaro, acquistò diversi oggetti preziosi da presentare in
omaggio al Dey2 e al Bassà3 di Tunisi, ove giunse
dopo otto giorni di navigazione.
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Appena giunto in porto, per
Padre Francesco cominciarono i problemi: il Dey gli proibì di scendere a
terra e pretese che il religioso pagasse al Bassà un tributo molto
cospicuo, minacciando la cattura e la prigionia per il religioso e la
confisca di tutto il suo argento. |
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Padre
Francesco rimase sei settimane sulla goletta di Capitan Pietro
Franceschetto e fu insultato e bastonato dagli sgherri del Dey, finché il
Signor Le Vaschers, missionario apostolico e console di Francia, commosso
da tanta fermezza, riuscì a sbloccare la situazione e ottenne per lui la
grazia del Dey e il permesso di scendere finalmente a terra.
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Padre Francesco fu ospitato in casa del console
e, dopo tante tribolazioni e attese, poté presentarsi al cospetto del Dey
con tutti i suoi doni ed esporgli la ragione del suo viaggio e della sua
presenza a Tunisi.
Il Dey accettò con buona grazia i doni, ma
protestò perché Padre Francesco gli aveva portato assai meno di quanto
preteso : 8000 pezze invece delle 30.000 richieste.
Tuttavia, reso più mansueto dai doni presentati,
concesse a Padre Francesco di incontrarsi e parlare con gli schiavi
cristiani e turchi sino al 12 settembre.
Durante questo periodo, la figura di Padre
Francesco che si recava al bagno penale per confessare gli schiavi
cristiani e pregare con loro in onore di San Rocco, diventò familiare e
rispettata tra gli abitanti di Tunisi, tanto che uno dei loro Santoni,
chiamato Sedebori, toccò sopra una spalla Padre Francesco in segno di
rispetto e tanti Mori si felicitarono con il sacerdote cristiano per aver
ricevuto un tale segno di distinzione da uno dei loro uomini di fede.
Padre Francesco rispose però che non poteva
condividere la santità di quell’uomo e la sua risposta suscitò le ire
della folla che lo condusse al cospetto del Lagà, il giudice, chiedendo
per il cristiano la condanna al rogo. Padre Francesco riuscì a difendersi
e a continuare così la sua opera tra gli schiavi del “bagno” di Tunisi.
A Tunisi vi erano ben 14 carceri dove venivano
rinchiusi gli schiavi catturati e alcune di queste prigioni, in cui gli
schiavi arrivavano numerosi sin dai tempi delle ultime crociate,
appartenevano a ricchi mercanti della città.
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Dal lontano 12024
sino ai tempi di Padre Francesco, ben 200.000 schiavi cristiani erano
stati liberati e 7.125 religiosi vi avevano subito il martirio.
In quell’anno, vi erano segregati 8.000 schiavi
tra cui 12 sacerdoti ,diaconi e religiosi.
I sacerdoti, chiamati spregiativamente Papassi
dai Tunisini erano particolarmente perseguitati dai loro carnefici, perché
si riteneva che riuscendo a sradicare la fede cattolica dall’animo di un
religioso sarebbe stato più agevole , in seguito , estirparla, sul loro
esempio, dal cuore dei laici.
Ma i carnefici si accanivano con altrettanta foga
sui giovani e sui vecchi: Padre Francesco apprese di un giovane francese
impalato, di un italiano tagliato a pezzi, d’altri due cuciti assieme in
un sacco e gettati in mare, di una giovane donna di 23 anni squartata.
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